Una preghiera “instantissima” è quello che ci occorre

Al capitolo settantaduesimo della Regola di San Benedetto, a proposito del santo zelo che deve animare i monaci – anche se possiamo tranquillamente dire che questa consegna vale per ogni battezzato – vi leggiamo la ben nota raccomandazione: «Nulla assolutamente anteponiamo a Cristo e così egli, in compenso, ci condurrà tutti alla vita eterna».

La citazione è ripresa da san Cipriano di Cartagine. Il passo completo suona così: “Nulla anteporre all’amore di Cristo perché Cristo non ha anteposto nulla a me”. Cristo ha dato tutto se stesso, si è fatto carne, è morto ed è risorto “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Scrive san Giovanni: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. (Gv 3,16). Capiamo bene: c’è un mondo perduto a causa del peccato e Dio decide di salvarlo mandando il suo Figlio che ci salverà morendo al posto nostro e rendendoci partecipi della sua vita divina.

Con la venuta di Gesù l’amore di Dio si fa visibile e si dona. Gesù ci mostra che non solo Dio ci ama come un padre, ma è nostro padre e così ci insegna a pregarlo. Col Padre nostro Gesù ci insegna ad avere verso Dio un rapporto da figli. Siamo figli nel Figlio. Sembra incredibile, tanto che sempre San Giovanni scrive: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”. (1Gv 3,1-2)

È necessario però aggiungere un’osservazione importante che riguarda la nostra libertà e i nostri limiti. L’amore suppone libertà. Senza libertà non può esserci amore. Dio è amore e crea amore. Dio non può non amare, mentre invece l’uomo può anche non amare. La mancanza di amore può derivare solo da noi, non da Dio. Allora la nostra principale preoccupazione dovrebbe essere quella di arrenderci all’amore di Dio, di lasciarci amare da Dio.

Dobbiamo pure riconoscere che l’essere amato un po’ripugna all’uomo perché questo scalfisce la sua autosufficienza, l’autonomia di sé: voglio essere io a dire chi mi deve amare e come mi deve amare. Se non si ha la posizione giusta viviamo la vita pensando di amare, ma non di essere amati.

Facendosi uomo Dio ci ha liberati dalla grande tentazione di fare di Dio stesso il più grande pretesto di autonomia dell’uomo, perché senza una presenza reale di Lui che mi viene incontro, senza la Chiesa,  Dio finisce per diventare oggetto della mia interpretazione. Il Verbo si è fatto carne: è come se avesse voluto mettere il piede nella porta del cuore affinché non si chiuda, ma si spalanchi definitivamente a Lui.

Il Signore che ha iniziato in noi quest’opera grande, la porti a compimento. Scrive San Benedetto nel prologo della sua regola: “Prima di ogni altra cosa domanda a Lui con fervidissima orazione che conduca alla perfezione tutto quel bene che incominci a fare”. San Benedetto, in verità, parla di “instantissima oratione”, una preghiera che abbraccia e accompagna ogni istante della nostra vita.

Commentando questo passo della regola, il grande don Divo Barsotti, così scrive: “Instantissima vuol dire due cose: vuol dire pressante, perciò fervorosa, ma vuol dire anche continua… Perché instantissima? Si noti l’espressione latina che è difficilissimo tradurre in italiano: pressante, ma pressante angosciosamente, quasi ci mancasse il respiro, ci mancasse la vita. Ci richiama l’esempio del naufrago che è per precipitare e grida per avere soccorso, per essere salvato. Così l’anima. La Parola divina dà all’anima la percezione dell’abisso di miseria che essa è. La Parola di Dio che ci chiama così in alto, sembra precipitarci, ancora più giù, ci fa sentire ancora di più la nostra impotenza. E allora proprio dalla rivelazione di questa divina volontà, l’anima acquista la forza di gridare:”De profundis clamavi ad te, Domine”, di gridare dal profondo, a un Dio che la salvi, la liberi, la innalzi: Signore abbi pietà di me, sollevami a te, salvami”. (Ascolta o figlio, p.72 e 76).

“Dal profondo, a te grido Signore”. Quando arrivo a toccare il “profondo” del mio abisso, allora sgorga la vera preghiera, allora davvero posso pregare, senza più nulla anteporre all’amore di Cristo.

 

 

 

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