SERVE CHI SERVE

Nei giorni scorsi un fratello sacerdote mi ha chiesto di tenere una catechesi nella sua parrocchia, affidandomi questo intrigante titolo: “serve chi serve”. Tra le cose che ho cercato di dire, mi sono lanciato con tuffo doppio carpiato con avvitamento sul brano evangelico della lavanda dei piedi.

Un gesto certamente inatteso e sconvolgente, quello di Gesù, tanto che Pietro fatica persino ad accettarlo. Poi la resa. E poi quelle parole finali di Gesù che vanno dritte al cuore, senza possibilità di fraintenderle:

«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

Durante una catechesi dell’anno giubilare della Misericordia, Papa Francesco aveva detto che “lavando i piedi agli apostoli, Gesù ha voluto rivelare il modo di agire di Dio nei nostri confronti, e dare l’esempio del suo comandamento nuovo di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato, cioè dando la vita per noi”.

Chiarissimo. C’è però un pensiero che non mi lascia in pace. Non riesco a non pensare che Gesù i piedi li ha lavati ai suoi Apostoli, sì, insomma, ai Dodici (Giuda incluso!), a quelli a lui più vicini, a quelli con i quali ha vissuto gomito a gomito gli ultimi anni della sua vita.

Gesù si inginocchia a lavare i piedi dei suoi. I piedi che il Maestro lava sono piedi conosciuti. Non sono quelli di poveri o malati, ma di uomini con i quali aveva a che fare quotidianamente.

Dodici erano i suoi apostoli e ventiquattro i piedi lavati. Non uno in più, non uno in meno. Sì, proprio quelli.

Mentre mi frullano per la testa questi pensieri, mi passa davanti agli occhi una vignetta del celebre Linus che esclama: “Io amo l’umanità. È la gente che non sopporto”. È così facile appassionarsi agli ultimi e ai lontani, ma poi rifiutarci di lavare i piedi ai vicini, a coloro a cui Gesù ci chiede di farlo, perché in verità sono questi i soli piedi che possiamo lavare.

Ci si può persino lanciare nel volontariato sociale, illudendoci di essere perni insostituibili del complesso ingranaggio del servizio ai poveri, ma lavarsi i piedi è un’altra questione. Non dico i piedi dei poveri, ma di quelli che lavorano con te.

È più facile perdonare i lontani perché concretamente non abbiamo nulla da perdonare loro. Buoni con tutti, ma mai con quelli di casa tua, con i credenti come te. E così non solo ci rifiutiamo di impegnarci in una lavanda dei piedi a Km 0, ma ci sorprendiamo a diventare spietati verso quelli della “Cerchia dei Dodici”, a quali non siamo disposti a lasciar passare neanche una virgola.

L’invito di Gesù non è un generico appello ad amare l’umanità, ma coloro che sono parte della nostra storia feriale. Ecco la vera sfida: amare i vicini, quelli di casa tua, tuo marito, tua moglie, i tuoi sacerdoti , quelli della tua parrocchia, del tuo gruppo di preghiera o di volontariato, quelli di cui conosciamo quasi tutto, specialmente i difetti, quelli che spesso ci fanno innervosire.

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”. Se lo dice Gesù, vuol dire che è proprio così!

 

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