Ed ecco la certa speranza: la Croce.

Mi imbatto provvidenzialmente in quel capolavoro di poesia del poeta don Clemente Rebora che porta il titolo “speranza”. Eccone alcuni versi:

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.
Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;
In cosa creata: non basta, e ci lascia.
Speravo nel ben che verrà, sulla terra:
Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.

Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato
La Voce d’Amore che chiama e non langue:
Ed ecco la certa speranza: la Croce.
Ho trovato Chi prima mi ha amato
E mi ama e  mi lava, nel Sangue che è fuoco,
Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,
L’Amore che dona l’Amore,
L’Amore che vive ben dentro nel cuore.

Non saprei descrivere meglio lo smarrimento generale di questi giorni, in cui tutto sembra sgretolarsi e ricordarci in maniera fin troppo brutale tutta la nostra piccolezza e impotenza. Ma ecco la certa speranza alla quale possiamo aggrapparci: la Croce. Gesù è ancora lì, è sempre lì. Silenzioso ci tende la mano. Gli daremo la nostra tremante? Ci chiede di rimetterlo al centro della nostra vita con le parole dell’apostolo Pietro, cioè della sua Chiesa: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Non stanchiamoci di ricordarcelo e di ricordarlo ai nostri fratelli, senza lasciarci avvelenare ulteriormente da lunghe ed estenuanti polemiche che non conducono se non a più fitta agitazione del cuore, distogliendoci dalla preghiera.

Anche in quest’ora di tempesta Gesù è con noi sulla barca. Gesù non dorme. Per questo dico a me e voi, miei fratelli nella fede, non facciamoci la guerra. Al mondo non serve la nostra divisione, ma la nostra fede. Preghiamo di più, con il dolore di non poter celebrare insieme in questi giorni la Divina Eucarestia. Preghiamo che tutto questo finisca presto. Se il Signore permette questo, sia fatta la sua volontà e in essa troveremo la vera pace.

“Amor dammi l’Amore! Un mormorio
di gente in pena. L’Ostia, in alto casta
attrae i cuori: “Sì, vivere è Cristo”.

Sono ancora versi di Rebora. Sì, vivere è Cristo: così sia per ciascuno di noi, gente in pena. Mi sembra di scorgervi l’eco delle parole della Santa patrona d’Italia, Caterina da Siena, che – così scrive il Beato Raimondo di Capua,  suo confessore – quando “aveva voglia di comunicarsi e mi vedeva, aveva preso l’abitudine di dirmi: padre, ho fame! Per l’amore di Dio, date il cibo all’anima mia” (Legenda Maior, 315). Il santo desiderio di Caterina di nutrirsi di Cristo è la risposta al desiderio ardente di Gesù di donarsi a noi, il quale durante l’ultima Cena ha detto: “Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua” (Lc 22, 15).

“Padre, ho fame!” grida Caterina e ci insegna a fare altrettanto. Presto ci sia ridonata la possibilità di celebrare insieme il santo Sacrificio dell’altare. Ascolta, Signore la nostra fame di te, esaudisci il nostro grido. Non sia la nostra una rivendicazione sindacale, ma un grido d’amore che genera amore.

Questa notte mi sono alzato a pregare il Rosario facendo mia questa intenzione postata sul web da Costanza Miriano (https://costanzamiriano.com/2020/03/04/uniti-in-preghiera-coronaantivirus-monasterowifi/). Invito anche voi ad unirvi. Ciò di cui abbiamo bisogno è proprio di una preghiera incessante:

Per tutti quelli che stanno combattendo contro la malattia, da malati e da medici, infermieri, familiari; per i fratelli che in questi giorni sono privati dell’eucaristia; per tutti quelli che stanno soffrendo disagi di ogni genere, che hanno dovuto cambiare abitudini, che avranno danni economici, limitazioni sociali, difficoltà di ogni genere; per chi deve prendere decisioni che ricadono sugli altri; per chi ha paura; soprattutto per tutti noi, in diverso modo e grado coinvolti, perché sappiamo vivere cristianamente questa difficoltà, con gli occhi verso il Cielo, come occasione di conversione, per imparare a guardare la vita sempre più come regalo gratuito di un Padre che fa bene tutte le cose e che ci chiama a sé senza stancarsi mai.

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